SECONDO SOGNO D’INVERNO (LA TENEREZZA)

“… Posai il cuoio sulla nostalgia e ti ascoltai tacere.”

(LA BELLA ADDORMENTATA)

E poi vennero i lupi. Come promesso scesero dal monte senza zaini, solo coi denti e le pellicce. Erano lupi alti con le zampe lunghe e gli occhi a mandorla abituati al ghiaccio e alla neve, a farsi la strada come si deve, come comanda il Dio dei selvaggi, uno di quegli dei idolatrati per esorcismo. Anche io avevo gli occhi a forma di mandorla e dal mio seno scendeva il suo latte dolce mentre mi ghermivi e per il collo, coi denti, mi tenevi e mi mungevi come mungevi le tue capre. Più niente sentivo in quei momenti sui brulli pascoli di aprile, più nemmeno il vento che anche fischia tra gli sterpi e le pietre e i massi scavati, lisci e acuminati, dove talvolta le bestie e i pastori cadono condannandosi a morte.

Alla primavera seguì l’estate e d’estate cominciai a non salire che avevo troppo da fare. Ti aspettavo a casa, sul bordo orientale dell’Orizzonte. Avevi buone scarpe e ti sentivo arrivare la sera e allora nel letto mi infilavo e tu venivi. E il grasso puzzo dello sterco invadeva la stanza e sulle mura impregnate dell’odore del mio stesso sesso, urlava il richiamo alla bestia che ti correva in corpo e senza fermarsi un attimo a bere o mangiare, Essa, si gettava su di me. Le tue labbra non davano baci. La tua lingua non conobbe mai la mia fica. Eppure godevo come un’oca nel recinto -grido e mi pavoneggio minacciosa, mangio e mi rotolo, ingoio, puzzo più del puzzo che sono costretta a sopportare. E non perché non ci sia via di fuga. Il recinto è basso. Ma piuttosto perché non si esiste mai fuori dalla propria dimensione. Che volete dall’oca? Che scavalchi il recinto e si vada a rifugiare nel bosco?

“Nel bosco ci sono i lupi”, mi dicevi. E io non sapevo pensare un lupo se non identico a te. -Negli occhi, il falco placido, lungo cerchi lenti s’aggira e precipita senza avvisare. “I lupi” dicevi “non hanno niente di romantico. Scenderà la neve a mezzo inverno, e allora verranno”.

Non andavi più al pascolo alto in inverno. Stavi fuori tutto il giorno, tuttavia, e  al ritorno mi trovavi in finestra, a fissare il roveto che ci separa dal bosco. -Qualche Caprapaziente nel recinto s’agita. Il cane ringhia al nero. Potrebbero essere cinghiali. Ma nel letto una notte sentimmo ululare.

Avere i lupi alla porta. I lupi alla porta. I lupi. Alla porta. Come sta alla porta la notte, così stanno i lupi in questa landa deserta, col cielo a confine piu’ prossimo abitato. Il bosco a corona della valle. I monti a corona del bosco. Luce di luna e di stelle a testimonianza che non c’è oblio, che ogni dio coinvolto in quella che sarà una battaglia ricorda bene questo posto. E che è sceso stanotte per conquistarlo alla propria causa.

Così c’era il “Dio dei selvaggi” alla porta, e devo dirlo, fa meno paura del “Dio della notte”. Almeno finché non s’incarica di bussare. Cosa che la notte fa solo metaforicamente. E invece qui si parla d’altro. Si parla di tocchi e poi pugni e poi grida. Grida di lupi nel turbinio del vento. Il paese sta a 8 chilometri. Ci sono altre case in questa contrada, ma sono distanti.

Ti sollevasti sul letto e prendesti il bastone nel momento in cui udimmo la prima spallata e risate e qualche bestemmia. Poi un vetro rotto, un’altra spallata, un’altra e tu che facevi le scale. Il cane guaire sentii, e poi un’altra spallata e la porta che  cede. Tu che ringhi qualcosa e forse meni un colpo. Un tonfo, un urlo. Tu che ruggisci, io rannicchiata sotto le coperte che tremo. Qualcosa di umido mi sfiora la nuca da dietro.

Il lupo stava con le sue zampe lunghe annodate sopra al letto. E allungava il muso, mi annusava, socchiudeva gli occhi gialli a forma di mandorla. Mi leccava il viso.

Mi prese dalla manica coi denti e mi condusse prima sul pavimento e poi sotto al letto.

Il “Dio dei selvaggi” è un ingenuo, fa anche tenerezza.

Poco dopo entrarono tre uomini, alcuni dei tuoi assassini. Frugarono tra l’odore di sterco e il richiamo alla bestia che ti correva in corpo. Il lupo no, non li seguì per quell’odore, smise persino di respirare. E anche io con lui smisi e fu come essere altrove. I tre uomini non si chinarono a guardare sotto i mobili. Del letto non sembravano nemmeno accorgersi. Ridiscesero le scale e tornarono nel bosco a farsi divorare dalla notte.

Il lupo mi guardò negli occhi che ho gialli anche io e a mandorla. Fui sul punto di ululare e seguirlo sotto le stelle in faccia al disco bianco della luna. Oltre il silenzio mi attendeva il mondo, l’orrore, te muto giù all’ingresso, la notte che incombe sulla mia solitudine.

E malgrado questo tornai a respirare.

Rimasi nella casa. Pulii il pavimento, riparai il vetro, seppellii il tuo cadavere.

Non avvizzii. Il latte di mandorla continuò a colarmi dal seno e io lo raccolsi in una ciotola, e nelle notti d’inverno, lo lascio tutt’oggi in offerta fuori dall’uscio nuovo di casa.

Non spio più, tra la coltre umida di febbraio, il limitare del bosco al di là dei rovi.

I lupi sono scesi ancora per ululare alla mia porta, tante volte in questi anni. Lupi di molti generi mescolati alla notte, impastati d’orgoglio o di furia cieca. Con gli occhi ingenui gialli di mandorla o con le voci tumefatte dalla crudeltà. Li sento tutti e non li aspetto. Non sono diventata mai simile a nessuno di essi.

O forse non è del tutto vero poiché smetto di respirare, quando capita che arrivino. Divento invisibile accucciata sotto al letto.

E a pericolo scampato esco dal corpo e mi guardo come se fossi voi e al posto vostro. E mi chiedo se non vi faccio per caso tenerezza.

Annunci