PRIMO SOGNO D’INVERNO (IL COMANDO)

“… Posai il cuoio sulla nostalgia e ti ascoltai tacere.”

(LA BELLA ADDORMENTATA)

“Mio Signore, la Guerra è persa. Scagliate pure sulla Vostra piccola serva l’ira iniqua che arde la notte, se questo Vì piace, ma concedetemi prima un momento di fumo e di fiato e di poche parole d’accomiato. Non chiedo di potermi giustificare onde evitare il castigo, che certamente se Voi lo pensate io merito. Chiedo solo di poter raccontare una storia, come è nel diritto d’ ognuno, per amore e sollievo che sia, per esigenza di lingua di udito o di fantasia, alla Mattina vuota come di fronte a una platea. Cosa amano di più gli esseri umani se non le storie? Bugie menzogne e metafore. Favole per la tenerezza e altre per il terrore. Brividi calore o anche solo un modo per non fare fermare troppo le ore. Arrotolano i vecchi disperati cento racconti sulla propria vita. Li ripetono all’ossessione come fu per il canto d’ Omero di voce in voce arrivato alla penna attraverso i secoli. Ci siamo, dunque: lo leggo nel Vostro volto di corteccia, una storia Vi piacerà da ascoltare, anche se l’epilogo è tragico e funesto l’esito perché, Signore, devo ricordarVi e confermare che comunque, sia per me ma anche per Voi, la Guerra è persa.
Comandaste di prendere la valle, di vincere, e non Vi interessava come. I particolari riguardavano mani callose, non le Vostre. O anche menti fini, non la Vostra. E con questo non voglio dire che Voi siate meno che fine di mente, un buzzurro, un coatto di borgata. Ricordo solo come andarono i fatti e i fatti andarono secondo struttura e nella struttura c’erano i soldati, in basso. E poi i sottufficiali e risalendo ancora gli ufficiali e poi il Comando e infine Voi. E Voi in tutto questo eravate il motivatore. Vincere dunque si doveva, vincere o morire decapitati se sopravvissuti all’innominabile sconfitta. “Vincere” diceste e lasciaste al Comando i particolari. Il Comando, di suo, era in parte mio, nel senso che mi riconoscete anche adesso, sono Lisetta e comando le Adsperaci. O dovrei dire “comandavo”, lo so dovrei, ma il comando, mi è stato insegnato in accademia, è innanzitutto un fatto psicologico, dunque io comando le Adsperaci, cavallerizze circensi con arco leggero in dotazione, anche se di Adsperaci non ne resta manco una se non io, che le comandavo e le comando come comanda accademia, pure se questa roba chiamata psicologia comincia a sembrarmi una stronzata.
Lo so: non si addicono certe parole, vedi “stronzata”, alle mie fattezze d’essere alare, etereo. Sembro pur sempre un angelo. Neri i capelli e fini e oliati, seno alto, marmoreo, fianchi larghi e cosce sode. Insomma: eterea non tanto quanto piuttosto carnale, comunque angelica nello sguardo, solare. Come dire: sorprende vedermi tagliare le teste anche meno che sentirmi parlare. E’ che vengo dalla caserma, e in nessun luogo quanto in caserma è evidente che la differenza tra i generi è illusoria. Non c’è un piatto che sale o che scene sulla bilancia. Fica o cazzo, la spada è la spada, il comando è il comando.
Comandaste di vincere, ossia di prendere la valle. La valle era più in basso di 700 metri dal punto in cui eravamo. Tirava un vento gelido da quel cucuzzolo, e io e gli altri tre generali, detti il Comando, ci affacciammo oltre il crinale a spiare. La schiena ce la batteva un vento freddo di montagna. Alle nostre spalle infatti il mondo era bianco di neve. Monti e vallate. Cielo plumbeo. Minaccia costante. E sotto i piedi anche, sotto i piedi la neve caduta e pressata. Più giù rispetto al Comando stava la truppa, appiccicata umida sul fianco del monte. Aspettando che noi prendessimo una decisione. La truppa, devo segnalarlo, era affatto insofferente. Ma più che altro a pensarci devo dire indifferente. Sembrava ormai, dopo la lunga salita e la notte trascorsa all’adiaccio, mal disposta ad attendere e sconsiderata di fronte al futuro. Insomma, pareva, della truppa, che preferisse la ritirata per finire a capestro come da Voi santamente promesso, piuttosto che affrontare la ripa e la discesa e le corse tra i sassi di pietraia e solo infine la battaglia e dopo ancora persino e magari un calvario di ritorno. Con questo non voglio discolparmi, non è per giustificare. Non è, infine, questo paragrafo del mio racconto una accusa alla truppa. E’ non un’infamata o uno scarica barile,  e’ invece la cronaca di come andarono i fatti e la riporto per giustizia poiché si lamentano gli intellettuali che nessuna voce mai si dona al volgo, che la Storia non lo riguarda, che non se ne parla. E dunque li smentisco questi filosofi del pasticcino e ne parlo e li ricordo per come erano quei volgari mascalzoni sfaticati, quei privi di ideale e di impermeabile. Reietti. Recalcitranti. Ignari di come ci stavamo sbattendo le meningi noi quattro lì su abbarbicati.
Li odiavo. e odiavo soprattutto le mie Adsperaci invidiose. Quelle stavano sull’altra altura, verso nord. Più in basso rispetto al Comando, di là da una sella. Nel bosco che ricopriva la vetta rotonda del monte. Insomma, deciso qualcosa, mi sarebbe toccato raggiungerle. Due ore di sfacchinata almeno. Si dirà che non era colpa loro se stavano in cavalleria e la strategia prevedeva che i cavalli scendessero di lì a sorprendere il nemico. Tuttavia io le odiavo come odiavo la truppa recalcitrante. Per un solo fatto di esistenza. Anche questo l’ho imparato in accademia. I camerati si odiano. E’ questo che li lega. E i sottoposti si disprezzano anche.  Possibilmente, volendo essere un buon comandante. Del resto questa non mi sembrava poi tanto una stronzata. Mandare al macello i soldati è più facile se ti fanno schifo e li odi in quanto esseri umani. Quelli comunque ti aiutano, sono bestie meschine, serve, vigliacche. Ti aiutano, è facile provare il giusto sentimento. Sono meno che cani. In effetti, apprezzabili per l’efficienza sono i soldati. E per la fedeltà, la cecità al comando. E in questo un soldato non eguaglierà mai un cane. Meno che cani dunque le mie Adsperaci in attesa lì in fondo, oltre la sella, sull’altra montagna. Ammettendo il mio intimo qui nella storia Voi lo capite, mi espongo all’accusa d’essere stata artefice della sconfitta. Seppure questo è vero, voglio giurare che nello scegliere la strategia non pesò quel mio dover tornare al primo campo. Non più di quanto pesò il mormorio dei soldati appiccicati e umidi al versante sassoso, alle nostre spalle, come il fiume che mormora prima della piena. Il Comando, alle strette, cominciò a ragionare. Ragionammo che l’attacco dei fanti sarebbe stato immediato. Diversamente non poteva essere. Avrebbero scavalcato il crinale e si sarebbero lanciati all’assalto in quello che più che un pendio scosceso pareva un tuffo. I soldati, dopo un’ora circa di discesa, sarebbero arrivati alle porte del paese chiamato Orizzonte, certamente avvistati, e avrebbero giocoforza ingaggiato battaglia col nemico resistente. Di lì a due altre ore (insomma il tempo di arrivare al campo delle Adsperaci e partire) la cavalleria avrebbe spazzato via le ultime barricate.
A questo punto interviene un altro caso. Il caso del ragionamento. Dico, “che cambia, io o un’altra?”. La verità è che noi siamo niente. Esseri qualsiasi che occupano spazi di sistema. Legati da rapporti avvelenati secondo l’uso che si comanda al momento. Io, comandante. Leonora, soldato. La differenza? Oltre che un paio di misure di seno a suo favore, solo il grado. La carriera. Identiche doti, tra me e la mia diretta sottoposta, la mia attendente. Quindi, a che pro fare la strada a rovescio e poi galoppare ennesimamente, per sempre in viaggio? “Scendo coi soldati”, pensai. “Faccio questo pendio che pare un salto e poi, prima del paese, lì sul limitar del bosco, prendo a destra e aspetto che arrivino le mie Adsperaci avvertite da Leonora”. “Vai Leonora”, infatti dissi voltandomi a chiamarla. Con gli altri attendenti attendeva dieci passi piu’ in basso rispetto al Comando. “Dieci passi piu’ in basso ti costano due ore di viaggio sul monte”, pensai. E’ vero: siamo tutti identici e occupiamo spazi di sistema differenti. Differenti, in quanto fa la differenza occupare lo spazio a comando piuttosto che quello da attendente. Partì Leonora. Nessuno ebbe da obiettare.  Menarca sollevò il braccio e fece segno alla truppa di avanzare. Impiegammo tre ore a scendere, e arrivammo al bordo del villaggio che erano le 3. Di pomeriggio, anche se il cielo era buio come la pece. La strategia dunque a caso sarebbe apparsa geniale, provetta, da manuale. Immaginate di dover sferrare un attacco da due punti differenti su un unico obiettivo. Il manuale dice: sincronismo. Ossia attaccare insieme per dividere la resistenza e le sue forze. La cosa risulta impossibile? Allora si sceglie quello che si puo’, due attacchi frazionati. Ma basta un piccolo errore di valutazione, che so, l’idea di poter fare una discesa in un terzo del tempo che occorre in realtà, ed ecco che si recupera il manuale. Direte: non e’ genio, e’ fortuna. Forse è vero. Infatti non so se il genio finisca, ma la fortuna di sicuro lo fa. Tant’è che c’è l’imprevisto. Leonora s’è persa, lo scuro e il pendio. Ma più ancora il roveto.
Roveto? Diobono, altro che storie, direi un mare di rovo. Tra noi e gli assediati, a perdita d’occhio sia a destra che a sinistra. E mentre a distanza i due schieramenti cominciavano a tirare, io presi a costeggiare i cespugli  verso nord, andando incontro alle Adsperaci in arrivo e cercando al contempo un varco nel rovo, uno sfogo in cui dilagare.
Come anticipato, Leonora s’era persa, anche se questo non potevo saperlo. Tutto quello che sapevo era che alle mie spalle si tirava, che il tempo passava, la sera incombeva e dal pendio settentrionale non si vedeva un’ombra che fosse una avanzare. A cavallo o anche a piedi, niente, nè donne nè uomini, niente. Solo capre silenti ridotte ad osso, spolpate dai lupi o dai cani feroci. Attendevo con la vescica in esplosione, e mi chinai per pisciare, in questo e solo in questo subordinata al maschio che invece piscia in piedi. E dal mio angolino privato (un fosso di bestia sotto il pelo del rovo) sentii cedermi il cuore e un po’ anche l’intestino e cominciai a cagare. E cagando pensavo che il tempo stringeva e più ci pensavo più continuavo a cagare. Non mi stavo letteralmente cagando addosso, come si dirà adesso a dileggio. Ridendo persino della mie pretese di parità nei generi in fatto di marzialità e coraggio. Beh ho visto tanti ufficiali e soldati maschi cagarsi addosso in battaglia e in famiglia, e forse non è per paura, quanto piuttosto per la vita sbattuta che conduciamo, per i virus che ci attendono al varco in ogni nuovo paese che conquistiamo e soprattutto per il rancio, nemico primo dell’intestino. Insomma cagavo e pensavo e non potevo sapere che Leonora s’era persa e dunque questo era il tempo chiamato Ritardo, quello in cui aspetti e non sai, e non so nemmeno adesso, perché in realtà non so se Leonora s’era persa o se era stata solo tanto lenta. Non lo so, perché cagavo quando l’attesa finì, un momento dopo gli spari alle mie spalle, segno che intanto i soldati e i resistenti avevano in qualche modo risolto la disputa e vidi allora, solo allora, sgambettare i cavalli, nell’ultimo bagliore del meriggio, tumido di nubi e ancora persino chiaro, se paragonato alla notte per come la prometteva. Cagavo mentre vedevo e vedevo i cavalli impennare lì, fuori dal bosco e al margine del roveto. Sperdute le Adsperaci restarono indecise a cercarmi e stavo per urlare da quel lontano grado di separazione in cui m’ero rifugiata, nel su citato cunicolo di bestia a bestia ridotta anche io, quando dal paese cominciarono a piovere lapillie fiamme e massi incendiati a schiacciare i miei soldati.
Finii di cagare solo qando la mattina arrivò, e niente restava del nostro esercito. Menarca, il primo ufficiale, mi trovò sciupata, e io così trovai anche lui, quando nel raggio del primo sole ci riconoscemmo dietro un masso, noi unici sopravvissuti. E con le spalle al fallimento incorniciato di rovo, prendemmo la via del ritorono, che poi era la via del capestro.
Dunque ora la mia storia è finita. Un po’ oscura, lo ammetto, e certo non a torto vorrete fare di me la Vostra prima vittima della giornata. Ieri ho ben visto come trattaste Menarca, pelle e ossa ridotto dopo tre giorni di delirio tra scalate assalti e attacchi di dissenteria di dubbia origine. Vedo il suo cranio volare dopo il colpo di spada. Sorrideva. Di tanta fatica che ci fa la vita, non so chi sia il responsabile. Direi Voi, Signore, che siete il motivatore. Se motivatore Voi non foste. E pure se Vi chiamo “Signore” e da qui in basso Vi guardo io so che di spazio pure Voi uno ne occupate e che siete come gli altri e rispondete a un tassello piu’ in alto di Voi dove si dice magari “regnate” come Voi ci diceste “vincete”. Senza cura dei particolari.”

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11 pensieri su “PRIMO SOGNO D’INVERNO (IL COMANDO)

  1. che gran spreco, di tempo e di intelligenza il comandare così come l’obbedire e forse Leonora si è stancata di comandare. si è stancata di obbedire.
    Mi piace pensare così.
    Leonora è diventata una fallita.
    Ha disertato come potrebbero fare molti.
    Come potremmo disertare tutti.

  2. p.s.: come disse un mio amico tempo fa…siamo tanto piu’ impossibilitati ad agire in maniera imprevedibile rispetto al sistema, quindi a liberarcene, quanto piu’ alto nella piramide e’ lo spazio che occupiamo…

    • rimanendo al singolo me stesso e al presente, e con difficoltà alle volte, riesco a capire cosa è meglio per me. passato, futuro e collettività sono altra cosa. aliena, il più delle volte.

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