LA BELLA ADDORMENTATA

“Era notte nel tempo e nello spirito. Cinguettevano gli sparvieri che solcano il cielo adesso e in cielo, non abitava alcun Dio. Le Caprepazienti suonavano i campanacci e allo stesso grado indifferenti muovevano passi, masticavano rovi e guardavano la vallata dove il temporale, fuggendo, incendiava tutto, da Orizzonte alla Mattina e pareva annunciare un gelido giorno qualsiasi, di gennaio, umido, ventoso, beffardo nel pallido sole slavato. Mi presi cura delle tue mani prima di ascoltare la tua storia. Tra i miei guanti dal pesante odore di selvatico e sterco, giacevano esangui le tue nude dita, nessun anello, solo un piccolo cerchio livido intorno a un polso, come impronta del passato, dello smarrito, del perduto o abbandonato. Il fiato si faceva fumo e in petto palpitavi. Allora così mi sembrò. Non potei giurarlo e mi chinai sul tuo viso per sentire l’odore dell’alito caldo e carpire particolari di quanto speravo avresti voluto svelarmi. Le labbra però le avevi serrate, come in una guerra con chi volesse strapparti il segreto. E allora pensai che dormivi, e che forse avrei potuto anche non svegliarti. Il temporale intanto, che probabilmente ti aveva posato sul prato, tra le rocce, insieme all’acqua e al ghiaggio come un messaggio della luna assente, lanciò l’ultimo urlo e superò la montagna. Il primo raggio di luce ci investì. E mai come allora pensai che mi avesse sorpreso. I capelli li avevi corvini e uscivano ai lati del capo, sopra le orecchie, stretti in apice da un cappello di lana grigio. Gli occhi sarebbero stati neri, decisi: appena tu li avessi aperti così sarebbero stati. Il petto ancora palpitava, o almeno così continuavo a credere. E continuai a pensare che forse dormivi e che avrei potuto lasciarti dormire e stendermi lì al tuo fianco, accostare un orecchio al tuo orecchio, incontrarti in un altro sogno e scegliere quello in cui tu parlavi. In realtà non sapevo esattamente perché desiderassi tanto ascoltarti parlare o trovarti intenta in altro affare che non fosse dormire tra le rocce, proprio sul sentiero, proprio sul passo dove ogni giorno mi recavo, io con le mie Caprepazienti golose di rovo. Sapevo solo essere curioso d’altro che non fosse il tuo petto nudo vulnerabile al vento freddo e al mio sguardo truce, scalpitante dietro la maschera di cuoio che ho in viso. Ci si potrebbe affilare un coltello sulla tua guancia, disse qualcuno una sera alla cantina. Volli considerarlo un complimento. Sulle tue guance invece, pensavo, si sarebbe potuto affilare tutto un romanzo, o mille poesie, diecimila leghe del mistero tessuto sotto i mari di sicilia, miliardi di petali e spilli di stelle nelle notti di Stagione, canzoni d’amore, un bastone per la vecchiaia, lacrime salate di nostalgia. Levai lo sguardo dal tuo petto. La carne sulle guance l’avevi pallida, notai mio malgrado, quasi blu come la notte che viene dal mare. Posai il cuoio sulla nostalgia e ti ascoltai tacere.”

(continua…)

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