ORA TACI

Paip, lo sai,non amo farmi leggere le carte da altri che non sia io. Non amo osservare chi si arrampica sugli specchi. Quando L me le lesse fu per cortesia che glielo consentii. Del resto già sapevo quali arcani sarebbero venuti fuori dal mazzo. Il diavolo. Il diavolo e poi la torre.
Paip, tu lo sai, L predisse l’incontro con un uomo, un vecchio a cui dovevo stare attento. Un “padre di famiglia”. Uno capace di pescare nel mio lato oscuro. E sai pure quale libro m’è finito in mano nel momento esatto in cui mi sentivo così come ora mi sento, nell’attimo esatto in cui stavo maturando la consapevolezza della mia solitudine, accettando il “destino”, l’estrema consegenza di questa lucida follia lineare.
Paip, sono irrimediabilmente fuori dal triangolo composto di tre frasi legate e interdipendenti:
-Faccio solo il mio lavoro
-Obbedivo agli ordini.
-Il lavoro rende liberi.
Sono semplicemente esterno al perimetro, dall’altra parte del recinto. Del resto ho sempre avuto paura delle stanze chiuse con dentro gli specchi. E mai del bosco scuro.
Lavorare deresponsabilizza. La deresponsabilizzazione consente agli esseri umani di riufugiarsi dentro le mura, non pensare, non scegliere, opporre all’agitata vita, alla mobile discesa di magma dal monte, una cupa ottusità statuaria. Probabilmente sterile, e a guardare bene sicuramente sterile. Gli umani chiedono lavoro e chiamano “lavoro” la loro dignità, e pregano per il lavoro, strisciano persino, si accoltellano, si separano, chiamano il lavoro “indipendenza” e senza lavoro muoiono. Paip, lo sai,non amo farmi leggere le carte da altri che non sia io. Non amo osservare chi si arrampica sugli specchi, come non amo che il ponte tra me e gli altri, l’aria, l’etere, sia mediazione di un terzo altro che umano sul quale non ho nessuna possibilità di intervento.
Poco conta che, perduti loro stessi, gli umani non eseguano sempre gli ordini, ma ciononostante si appellino al padrone per giustificare la meccanicità con cui, acriticamente, legano il mulo lì dove il signore ha detto. E che interpretino l’indignazione come un ringhio per l’osso. Che non riconoscano alcunché di palpitante, che lo ripudino persino in loro stessi, che ripudino qualunque esterno al buco che si sono scavati, o in cui li hanno cacciati, in cui sono nati. “Da quello che ho visto io…” premettono a volte, e magari era in televisione o in un sogno indotto. E che non vogliano conoscere altro, che ad altro nessuna possibilità concedano… ecco: tutto questo non conta.
Paip, “ti rivelo un segreto”, mi hai detto un giorno. “Ma devi essere uomo”, hai aggiunto, sottolineando con gli occhi quello che mi chiedevi.
Dunque, “uomo”, è tutto come sempre, o tutto come prima, o tutto come mai prima d’ora, mai come ora che è l’ora. Ora taci.

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8 pensieri su “ORA TACI

  1. Il diavolo era uscito pure a me, insieme alla luna. Ne vogliamo parlare?
    Per quanto riguarda il lavoro, ecco mi piacerebbe farne a meno. Potresti mantenermi tu che ne dici?

  2. ho paura anch’io delle stanze chiuse e a prescindere dagli specchi di vetro o di carne.
    sì. devo uscirne. devo uscirne. devo uscirne. prima possibile.
    ps. non chiedo più alle carte, penso che siano troppo perbene, meglio chiedere alle zingare, non mi dire che le rom sono poco uomini e che importa poi il genere delle persone. Ops. qui si intendeva “uomo”, cioè avere gli attributi :)))

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