AL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA

Mi tranquillizzai

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SECONDO SOGNO D’INVERNO (LA TENEREZZA)

“… Posai il cuoio sulla nostalgia e ti ascoltai tacere.”

(LA BELLA ADDORMENTATA)

E poi vennero i lupi. Come promesso scesero dal monte senza zaini, solo coi denti e le pellicce. Erano lupi alti con le zampe lunghe e gli occhi a mandorla abituati al ghiaccio e alla neve, a farsi la strada come si deve, come comanda il Dio dei selvaggi, uno di quegli dei idolatrati per esorcismo. Anche io avevo gli occhi a forma di mandorla e dal mio seno scendeva il suo latte dolce mentre mi ghermivi e per il collo, coi denti, mi tenevi e mi mungevi come mungevi le tue capre. Più niente sentivo in quei momenti sui brulli pascoli di aprile, più nemmeno il vento che anche fischia tra gli sterpi e le pietre e i massi scavati, lisci e acuminati, dove talvolta le bestie e i pastori cadono condannandosi a morte.

Alla primavera seguì l’estate e d’estate cominciai a non salire che avevo troppo da fare. Ti aspettavo a casa, sul bordo orientale dell’Orizzonte. Avevi buone scarpe e ti sentivo arrivare la sera e allora nel letto mi infilavo e tu venivi. E il grasso puzzo dello sterco invadeva la stanza e sulle mura impregnate dell’odore del mio stesso sesso, urlava il richiamo alla bestia che ti correva in corpo e senza fermarsi un attimo a bere o mangiare, Essa, si gettava su di me. Le tue labbra non davano baci. La tua lingua non conobbe mai la mia fica. Eppure godevo come un’oca nel recinto -grido e mi pavoneggio minacciosa, mangio e mi rotolo, ingoio, puzzo più del puzzo che sono costretta a sopportare. E non perché non ci sia via di fuga. Il recinto è basso. Ma piuttosto perché non si esiste mai fuori dalla propria dimensione. Che volete dall’oca? Che scavalchi il recinto e si vada a rifugiare nel bosco?

“Nel bosco ci sono i lupi”, mi dicevi. E io non sapevo pensare un lupo se non identico a te. -Negli occhi, il falco placido, lungo cerchi lenti s’aggira e precipita senza avvisare. “I lupi” dicevi “non hanno niente di romantico. Scenderà la neve a mezzo inverno, e allora verranno”.

Non andavi più al pascolo alto in inverno. Stavi fuori tutto il giorno, tuttavia, e  al ritorno mi trovavi in finestra, a fissare il roveto che ci separa dal bosco. -Qualche Caprapaziente nel recinto s’agita. Il cane ringhia al nero. Potrebbero essere cinghiali. Ma nel letto una notte sentimmo ululare.

Avere i lupi alla porta. I lupi alla porta. I lupi. Alla porta. Come sta alla porta la notte, così stanno i lupi in questa landa deserta, col cielo a confine piu’ prossimo abitato. Il bosco a corona della valle. I monti a corona del bosco. Luce di luna e di stelle a testimonianza che non c’è oblio, che ogni dio coinvolto in quella che sarà una battaglia ricorda bene questo posto. E che è sceso stanotte per conquistarlo alla propria causa.

Così c’era il “Dio dei selvaggi” alla porta, e devo dirlo, fa meno paura del “Dio della notte”. Almeno finché non s’incarica di bussare. Cosa che la notte fa solo metaforicamente. E invece qui si parla d’altro. Si parla di tocchi e poi pugni e poi grida. Grida di lupi nel turbinio del vento. Il paese sta a 8 chilometri. Ci sono altre case in questa contrada, ma sono distanti.

Ti sollevasti sul letto e prendesti il bastone nel momento in cui udimmo la prima spallata e risate e qualche bestemmia. Poi un vetro rotto, un’altra spallata, un’altra e tu che facevi le scale. Il cane guaire sentii, e poi un’altra spallata e la porta che  cede. Tu che ringhi qualcosa e forse meni un colpo. Un tonfo, un urlo. Tu che ruggisci, io rannicchiata sotto le coperte che tremo. Qualcosa di umido mi sfiora la nuca da dietro.

Il lupo stava con le sue zampe lunghe annodate sopra al letto. E allungava il muso, mi annusava, socchiudeva gli occhi gialli a forma di mandorla. Mi leccava il viso.

Mi prese dalla manica coi denti e mi condusse prima sul pavimento e poi sotto al letto.

Il “Dio dei selvaggi” è un ingenuo, fa anche tenerezza.

Poco dopo entrarono tre uomini, alcuni dei tuoi assassini. Frugarono tra l’odore di sterco e il richiamo alla bestia che ti correva in corpo. Il lupo no, non li seguì per quell’odore, smise persino di respirare. E anche io con lui smisi e fu come essere altrove. I tre uomini non si chinarono a guardare sotto i mobili. Del letto non sembravano nemmeno accorgersi. Ridiscesero le scale e tornarono nel bosco a farsi divorare dalla notte.

Il lupo mi guardò negli occhi che ho gialli anche io e a mandorla. Fui sul punto di ululare e seguirlo sotto le stelle in faccia al disco bianco della luna. Oltre il silenzio mi attendeva il mondo, l’orrore, te muto giù all’ingresso, la notte che incombe sulla mia solitudine.

E malgrado questo tornai a respirare.

Rimasi nella casa. Pulii il pavimento, riparai il vetro, seppellii il tuo cadavere.

Non avvizzii. Il latte di mandorla continuò a colarmi dal seno e io lo raccolsi in una ciotola, e nelle notti d’inverno, lo lascio tutt’oggi in offerta fuori dall’uscio nuovo di casa.

Non spio più, tra la coltre umida di febbraio, il limitare del bosco al di là dei rovi.

I lupi sono scesi ancora per ululare alla mia porta, tante volte in questi anni. Lupi di molti generi mescolati alla notte, impastati d’orgoglio o di furia cieca. Con gli occhi ingenui gialli di mandorla o con le voci tumefatte dalla crudeltà. Li sento tutti e non li aspetto. Non sono diventata mai simile a nessuno di essi.

O forse non è del tutto vero poiché smetto di respirare, quando capita che arrivino. Divento invisibile accucciata sotto al letto.

E a pericolo scampato esco dal corpo e mi guardo come se fossi voi e al posto vostro. E mi chiedo se non vi faccio per caso tenerezza.

LIBERE CANZONI

“Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura”

(H. Miller – Primavera nera)

Un viaggio è una storia, una vacanza è una parentesi

(Corrispondenza con A.)

…e finalmente risi, risi di cuore e delle vostre palpebre chiuse, delle vostre ambizioni, dello spettacolo che esauriva la vostra vita, e delle vostre dita deformi, dei vostri anni, dell’orrore con cui arrancavate e degli infiniti ritardi entro cui sembravate muovervi.

C’eri tu che leggevi ed elencavi. Una febbre ansiosa di conteggi. Non tracce utili, ma orme rivelatrici di gusti incapaci. Provetto inconcludente, figlio di un sogno borghese. Pestare mani sui tasti e pugno chiuso sul pene a masturbarsi.

E c’era lei, l’opera d’arte allo specchio che s’osserva sognandosi artista. Negando al caso, a dio o ai genitori quella capacità che in se stessa mancava e che nemmeno inseguiva, non agognava – altra e più assurda era la pretesa. Senza passione l’esistenza non paga. Per chi non ha sangue nelle vene la forma è più della sostanza ed è la meta che conta, il riconoscimento, la foto del panorama, non l’aria nel naso, l’affanno e il sudore e la sete e il male che alle volte fa il cuore.

E c’ero anche io nella scena, certo anche io che ridevo per finta finché non fu sera.  Finché non fu l’ora e gettai la notte in braccio al sipario e m’incamminai verso l’alba, di spalle, pesante, stanco, libero dal corpo e dai vostri panni netti dal fango.

Io col mio segreto dolce e salato che recita “amore, amore ascolta: questi passi claudicanti sono già la nostra nuova canzone”

“IN UN PAESE DOVE TUTTI FANNO LE STESSE COSE, NESSUNO CI STA CAPENDO NIENTE”

La Giovanardi – Fini è stata dichiarata incostituzionale.

Peccato. Perché funzionava così bene…

La legge che ha inasprito le pene inflitte ai tossici equiparando l’uso di droghe pesanti e leggere (e infischiandosene del referendum popolare 1993 che negava la punibilità del consumatore) stava evidentemente debellando il problema droga (problema per chi? se si vota a maggioranza che autospararsi in faccia non è un problema, perché una minoranza deve poi legiferare affinché nessuno si spari in faccia? Misteri della democrazia…). Funzionava così bene, dicevo: infatti le persone che si fanno le canne sono diminuite di numero in maniera spaventosa negli ultimi anni (ma forse non è vero dato che il numero dei tossicomani è stabile dal tempo in cui anche io ne facevo parte e non subisce le paturnie della legge). In ogni caso l’illegalità ha mantenuto il prezzo della marijuana alto finché ha potuto e ha dato tanto lavoro. Ma i tempi cambiano. Presto, probabilmente, la maria sarà legalizzata, e allora costerà quanto la bietola o al peggio quanto le Diana blu. E addio all’indotto e al sommerso. Come dire… disoccupazione rimangiaci il culo e fisco piombaci addosso.

Giovanardi, sei un incompreso.

Fini, anche di più…

Forse prima o poi protesterà, qualcuno, che, se non incostituzionale, anche la Bossi – Fini è scarsamente umana come legge. Anche quella è una legge a rischio. Peccato. Perché il lager inflitto ai clandestini ne stava evidentemente limitando il flusso. O no? non so. Me lo sono chiesto osservando passare tutti quei tipi neri con la tuta e il braccialetto per le strade di Pozzallo, o parlando con qualche tunisino sulle panchine, di sera. Da Ventimiglia fino alla Sicilia. O con quel rumeno che vive per strada, G. Che prima di essere riconosciuto europeo fu arrestato e rinchiuso a Caltanissetta (come se fosse normale riconoscere uno per cinese e dato questo motivo sbatterlo in galera).

Certo: per fortuna mai verrà abolito il carcere per i ladri. E perché mai dovrebbe esserlo? Funziona così bene! Da sempre i ladri vengono arrestati, e in altri posti o tempi vengono e venivano persino uccisi o mutilati. Infatti ad oggi in Italia i furti sono in forte calo. Le truffe, non ne parliamo. Menomale che c’è il carcere ad arginare il fenomeno della crisi!.

E c’è ancora chi dice che il carcere non serve. Che al carcere non c’è una alternativa! Non è forse grazie al carcere che non ci scanniamo l’un l’altro ad ogni momento? Che non siamo tutti bestie che si azzannano per strada? E’ grazie al carcere che gli omicidi non sono la maggioranza, certo solo grazie al carcere. O almeno, è anche grazie al carcere che siamo abituati al dogma, ossia ad accettare acriticamente senza opporre la logica agli assoluti. Ad essere tutti tendenzialmente uniformi (del resto, data una crisi  imposta e un immiserimento dichiarato e programmato, se la gente non riesce a fare altro che implorare lavoro, evidentemente l’abitudine all’idea del carcere è servita eccome a marmorizzare i cervelli… come dire: non c’è alternativa al carcere, non c’è alternativa a questo sistema, non c’è alternativa alla forma e alla sostanza che attualmente hanno i nostri rapporti).

Bene (si fa per dire…)…

Non c’è alternativa al carcere, perché il carcere non è una alternativa. Si delinque per possibilità o necessità, e chi ne ha la possibilità se ne fotte del carcere, tanto non ci finisce anzi ti ci manda (e non è un fatto di cattiva amministrazione: data una porta ci sarà sempre chi avrà le chiavi e chi non le avrà). E chi soffre la necessità rischia come rischierebbe ad uscire in mare per pescare un pesce.

Non c’è alternativa al carcere perché il carcere non risolve nessun problema. Interviene a morto fatto e difficilmente un omicida che si fa anche vent’anni di galera poi, per la pena patita, non ammazza piu’ nessuno (anzi…).

Il carcere cristallizza un attimo nella vita della gente e rischia di renderlo eterno. E’ quindi tutt’altro che educativo e tutt’altro che strumento di recupero. (Postille: recuperare alla società, vista la società, non mi sembra un risultato interessante a cui tendere e, visto che questa società si fonda sul carcere (filosoficamente, psicologicamente, socialmente, etc etc), allora forse chi incarcera o è incarcerato già è al centro del progetto sociale e non deve affatto essere recuperato).

Non c’è alternativa al carcere perché il carcere è uno strumento di repressione in mano al potere che il potere usa per i suoi scopi. Il giorno in cui il potere dovesse trovare un metodo alternativo al carcere per menarci in testa, allora sarebbe davvero il caso di tremare (NB il potere è da intendersi come fenomeno canceroso umanamente diffuso, non come un olimpo inarrivabile per eletti stile corte o cupola mafiosa).

Non c’è alternativa al carcere perché il carcere è motore e modello di questo sistema. Ci pungola dall’esterno e vive dentro di noi. E’ sintesi e motivo di tutto ciò che chiamiamo ingiustizia. E’ causa non riconosciuta delle nostre frustrazioni. E’ sfogo per i piccoli incoscienti numeri che tende a farci diventare.

OLTRE IL LIMITE CHE OGGI APPARE STERILE

“Era il ’14, il febbraio del ’14, quando arrivai per la prima volta nella valle chiamata Ciumara Ranni, che in lingua sicula vuol dire fiume grande

Mi chiedo se tra 50 anni, Paip, rubandoti il modo che hai di narrare, dirò a tal maniera del mio viaggio di adesso. E se così dirò, mi chiedo se sarà a qualche amico appena conosciuto, magari un amico giovane, e se lo chiamerò fratello, come tu mi hai chiamato prima di asciugarti gli occhi, voltarti e lasciarmi andare via.

Dunque c’è questo, di nuovo, nel bagaglio che mi porto dietro: si possono incontrare amici, stringere forti legami, anche oltre il limite che oggi appare sterile.

Lascia il cuore aperto, mi hai detto. Scrosci di pioggia, fulmini e tempesta. In premio, a vecchiaia inoltrata, potresti ritrovarti bambino. 

PRIMO SOGNO D’INVERNO (IL COMANDO)

“… Posai il cuoio sulla nostalgia e ti ascoltai tacere.”

(LA BELLA ADDORMENTATA)

“Mio Signore, la Guerra è persa. Scagliate pure sulla Vostra piccola serva l’ira iniqua che arde la notte, se questo Vì piace, ma concedetemi prima un momento di fumo e di fiato e di poche parole d’accomiato. Non chiedo di potermi giustificare onde evitare il castigo, che certamente se Voi lo pensate io merito. Chiedo solo di poter raccontare una storia, come è nel diritto d’ ognuno, per amore e sollievo che sia, per esigenza di lingua di udito o di fantasia, alla Mattina vuota come di fronte a una platea. Cosa amano di più gli esseri umani se non le storie? Bugie menzogne e metafore. Favole per la tenerezza e altre per il terrore. Brividi calore o anche solo un modo per non fare fermare troppo le ore. Arrotolano i vecchi disperati cento racconti sulla propria vita. Li ripetono all’ossessione come fu per il canto d’ Omero di voce in voce arrivato alla penna attraverso i secoli. Ci siamo, dunque: lo leggo nel Vostro volto di corteccia, una storia Vi piacerà da ascoltare, anche se l’epilogo è tragico e funesto l’esito perché, Signore, devo ricordarVi e confermare che comunque, sia per me ma anche per Voi, la Guerra è persa.
Comandaste di prendere la valle, di vincere, e non Vi interessava come. I particolari riguardavano mani callose, non le Vostre. O anche menti fini, non la Vostra. E con questo non voglio dire che Voi siate meno che fine di mente, un buzzurro, un coatto di borgata. Ricordo solo come andarono i fatti e i fatti andarono secondo struttura e nella struttura c’erano i soldati, in basso. E poi i sottufficiali e risalendo ancora gli ufficiali e poi il Comando e infine Voi. E Voi in tutto questo eravate il motivatore. Vincere dunque si doveva, vincere o morire decapitati se sopravvissuti all’innominabile sconfitta. “Vincere” diceste e lasciaste al Comando i particolari. Il Comando, di suo, era in parte mio, nel senso che mi riconoscete anche adesso, sono Lisetta e comando le Adsperaci. O dovrei dire “comandavo”, lo so dovrei, ma il comando, mi è stato insegnato in accademia, è innanzitutto un fatto psicologico, dunque io comando le Adsperaci, cavallerizze circensi con arco leggero in dotazione, anche se di Adsperaci non ne resta manco una se non io, che le comandavo e le comando come comanda accademia, pure se questa roba chiamata psicologia comincia a sembrarmi una stronzata.
Lo so: non si addicono certe parole, vedi “stronzata”, alle mie fattezze d’essere alare, etereo. Sembro pur sempre un angelo. Neri i capelli e fini e oliati, seno alto, marmoreo, fianchi larghi e cosce sode. Insomma: eterea non tanto quanto piuttosto carnale, comunque angelica nello sguardo, solare. Come dire: sorprende vedermi tagliare le teste anche meno che sentirmi parlare. E’ che vengo dalla caserma, e in nessun luogo quanto in caserma è evidente che la differenza tra i generi è illusoria. Non c’è un piatto che sale o che scene sulla bilancia. Fica o cazzo, la spada è la spada, il comando è il comando.
Comandaste di vincere, ossia di prendere la valle. La valle era più in basso di 700 metri dal punto in cui eravamo. Tirava un vento gelido da quel cucuzzolo, e io e gli altri tre generali, detti il Comando, ci affacciammo oltre il crinale a spiare. La schiena ce la batteva un vento freddo di montagna. Alle nostre spalle infatti il mondo era bianco di neve. Monti e vallate. Cielo plumbeo. Minaccia costante. E sotto i piedi anche, sotto i piedi la neve caduta e pressata. Più giù rispetto al Comando stava la truppa, appiccicata umida sul fianco del monte. Aspettando che noi prendessimo una decisione. La truppa, devo segnalarlo, era affatto insofferente. Ma più che altro a pensarci devo dire indifferente. Sembrava ormai, dopo la lunga salita e la notte trascorsa all’adiaccio, mal disposta ad attendere e sconsiderata di fronte al futuro. Insomma, pareva, della truppa, che preferisse la ritirata per finire a capestro come da Voi santamente promesso, piuttosto che affrontare la ripa e la discesa e le corse tra i sassi di pietraia e solo infine la battaglia e dopo ancora persino e magari un calvario di ritorno. Con questo non voglio discolparmi, non è per giustificare. Non è, infine, questo paragrafo del mio racconto una accusa alla truppa. E’ non un’infamata o uno scarica barile,  e’ invece la cronaca di come andarono i fatti e la riporto per giustizia poiché si lamentano gli intellettuali che nessuna voce mai si dona al volgo, che la Storia non lo riguarda, che non se ne parla. E dunque li smentisco questi filosofi del pasticcino e ne parlo e li ricordo per come erano quei volgari mascalzoni sfaticati, quei privi di ideale e di impermeabile. Reietti. Recalcitranti. Ignari di come ci stavamo sbattendo le meningi noi quattro lì su abbarbicati.
Li odiavo. e odiavo soprattutto le mie Adsperaci invidiose. Quelle stavano sull’altra altura, verso nord. Più in basso rispetto al Comando, di là da una sella. Nel bosco che ricopriva la vetta rotonda del monte. Insomma, deciso qualcosa, mi sarebbe toccato raggiungerle. Due ore di sfacchinata almeno. Si dirà che non era colpa loro se stavano in cavalleria e la strategia prevedeva che i cavalli scendessero di lì a sorprendere il nemico. Tuttavia io le odiavo come odiavo la truppa recalcitrante. Per un solo fatto di esistenza. Anche questo l’ho imparato in accademia. I camerati si odiano. E’ questo che li lega. E i sottoposti si disprezzano anche.  Possibilmente, volendo essere un buon comandante. Del resto questa non mi sembrava poi tanto una stronzata. Mandare al macello i soldati è più facile se ti fanno schifo e li odi in quanto esseri umani. Quelli comunque ti aiutano, sono bestie meschine, serve, vigliacche. Ti aiutano, è facile provare il giusto sentimento. Sono meno che cani. In effetti, apprezzabili per l’efficienza sono i soldati. E per la fedeltà, la cecità al comando. E in questo un soldato non eguaglierà mai un cane. Meno che cani dunque le mie Adsperaci in attesa lì in fondo, oltre la sella, sull’altra montagna. Ammettendo il mio intimo qui nella storia Voi lo capite, mi espongo all’accusa d’essere stata artefice della sconfitta. Seppure questo è vero, voglio giurare che nello scegliere la strategia non pesò quel mio dover tornare al primo campo. Non più di quanto pesò il mormorio dei soldati appiccicati e umidi al versante sassoso, alle nostre spalle, come il fiume che mormora prima della piena. Il Comando, alle strette, cominciò a ragionare. Ragionammo che l’attacco dei fanti sarebbe stato immediato. Diversamente non poteva essere. Avrebbero scavalcato il crinale e si sarebbero lanciati all’assalto in quello che più che un pendio scosceso pareva un tuffo. I soldati, dopo un’ora circa di discesa, sarebbero arrivati alle porte del paese chiamato Orizzonte, certamente avvistati, e avrebbero giocoforza ingaggiato battaglia col nemico resistente. Di lì a due altre ore (insomma il tempo di arrivare al campo delle Adsperaci e partire) la cavalleria avrebbe spazzato via le ultime barricate.
A questo punto interviene un altro caso. Il caso del ragionamento. Dico, “che cambia, io o un’altra?”. La verità è che noi siamo niente. Esseri qualsiasi che occupano spazi di sistema. Legati da rapporti avvelenati secondo l’uso che si comanda al momento. Io, comandante. Leonora, soldato. La differenza? Oltre che un paio di misure di seno a suo favore, solo il grado. La carriera. Identiche doti, tra me e la mia diretta sottoposta, la mia attendente. Quindi, a che pro fare la strada a rovescio e poi galoppare ennesimamente, per sempre in viaggio? “Scendo coi soldati”, pensai. “Faccio questo pendio che pare un salto e poi, prima del paese, lì sul limitar del bosco, prendo a destra e aspetto che arrivino le mie Adsperaci avvertite da Leonora”. “Vai Leonora”, infatti dissi voltandomi a chiamarla. Con gli altri attendenti attendeva dieci passi piu’ in basso rispetto al Comando. “Dieci passi piu’ in basso ti costano due ore di viaggio sul monte”, pensai. E’ vero: siamo tutti identici e occupiamo spazi di sistema differenti. Differenti, in quanto fa la differenza occupare lo spazio a comando piuttosto che quello da attendente. Partì Leonora. Nessuno ebbe da obiettare.  Menarca sollevò il braccio e fece segno alla truppa di avanzare. Impiegammo tre ore a scendere, e arrivammo al bordo del villaggio che erano le 3. Di pomeriggio, anche se il cielo era buio come la pece. La strategia dunque a caso sarebbe apparsa geniale, provetta, da manuale. Immaginate di dover sferrare un attacco da due punti differenti su un unico obiettivo. Il manuale dice: sincronismo. Ossia attaccare insieme per dividere la resistenza e le sue forze. La cosa risulta impossibile? Allora si sceglie quello che si puo’, due attacchi frazionati. Ma basta un piccolo errore di valutazione, che so, l’idea di poter fare una discesa in un terzo del tempo che occorre in realtà, ed ecco che si recupera il manuale. Direte: non e’ genio, e’ fortuna. Forse è vero. Infatti non so se il genio finisca, ma la fortuna di sicuro lo fa. Tant’è che c’è l’imprevisto. Leonora s’è persa, lo scuro e il pendio. Ma più ancora il roveto.
Roveto? Diobono, altro che storie, direi un mare di rovo. Tra noi e gli assediati, a perdita d’occhio sia a destra che a sinistra. E mentre a distanza i due schieramenti cominciavano a tirare, io presi a costeggiare i cespugli  verso nord, andando incontro alle Adsperaci in arrivo e cercando al contempo un varco nel rovo, uno sfogo in cui dilagare.
Come anticipato, Leonora s’era persa, anche se questo non potevo saperlo. Tutto quello che sapevo era che alle mie spalle si tirava, che il tempo passava, la sera incombeva e dal pendio settentrionale non si vedeva un’ombra che fosse una avanzare. A cavallo o anche a piedi, niente, nè donne nè uomini, niente. Solo capre silenti ridotte ad osso, spolpate dai lupi o dai cani feroci. Attendevo con la vescica in esplosione, e mi chinai per pisciare, in questo e solo in questo subordinata al maschio che invece piscia in piedi. E dal mio angolino privato (un fosso di bestia sotto il pelo del rovo) sentii cedermi il cuore e un po’ anche l’intestino e cominciai a cagare. E cagando pensavo che il tempo stringeva e più ci pensavo più continuavo a cagare. Non mi stavo letteralmente cagando addosso, come si dirà adesso a dileggio. Ridendo persino della mie pretese di parità nei generi in fatto di marzialità e coraggio. Beh ho visto tanti ufficiali e soldati maschi cagarsi addosso in battaglia e in famiglia, e forse non è per paura, quanto piuttosto per la vita sbattuta che conduciamo, per i virus che ci attendono al varco in ogni nuovo paese che conquistiamo e soprattutto per il rancio, nemico primo dell’intestino. Insomma cagavo e pensavo e non potevo sapere che Leonora s’era persa e dunque questo era il tempo chiamato Ritardo, quello in cui aspetti e non sai, e non so nemmeno adesso, perché in realtà non so se Leonora s’era persa o se era stata solo tanto lenta. Non lo so, perché cagavo quando l’attesa finì, un momento dopo gli spari alle mie spalle, segno che intanto i soldati e i resistenti avevano in qualche modo risolto la disputa e vidi allora, solo allora, sgambettare i cavalli, nell’ultimo bagliore del meriggio, tumido di nubi e ancora persino chiaro, se paragonato alla notte per come la prometteva. Cagavo mentre vedevo e vedevo i cavalli impennare lì, fuori dal bosco e al margine del roveto. Sperdute le Adsperaci restarono indecise a cercarmi e stavo per urlare da quel lontano grado di separazione in cui m’ero rifugiata, nel su citato cunicolo di bestia a bestia ridotta anche io, quando dal paese cominciarono a piovere lapillie fiamme e massi incendiati a schiacciare i miei soldati.
Finii di cagare solo qando la mattina arrivò, e niente restava del nostro esercito. Menarca, il primo ufficiale, mi trovò sciupata, e io così trovai anche lui, quando nel raggio del primo sole ci riconoscemmo dietro un masso, noi unici sopravvissuti. E con le spalle al fallimento incorniciato di rovo, prendemmo la via del ritorono, che poi era la via del capestro.
Dunque ora la mia storia è finita. Un po’ oscura, lo ammetto, e certo non a torto vorrete fare di me la Vostra prima vittima della giornata. Ieri ho ben visto come trattaste Menarca, pelle e ossa ridotto dopo tre giorni di delirio tra scalate assalti e attacchi di dissenteria di dubbia origine. Vedo il suo cranio volare dopo il colpo di spada. Sorrideva. Di tanta fatica che ci fa la vita, non so chi sia il responsabile. Direi Voi, Signore, che siete il motivatore. Se motivatore Voi non foste. E pure se Vi chiamo “Signore” e da qui in basso Vi guardo io so che di spazio pure Voi uno ne occupate e che siete come gli altri e rispondete a un tassello piu’ in alto di Voi dove si dice magari “regnate” come Voi ci diceste “vincete”. Senza cura dei particolari.”

LA BELLA ADDORMENTATA

“Era notte nel tempo e nello spirito. Cinguettevano gli sparvieri che solcano il cielo adesso e in cielo, non abitava alcun Dio. Le Caprepazienti suonavano i campanacci e allo stesso grado indifferenti muovevano passi, masticavano rovi e guardavano la vallata dove il temporale, fuggendo, incendiava tutto, da Orizzonte alla Mattina e pareva annunciare un gelido giorno qualsiasi, di gennaio, umido, ventoso, beffardo nel pallido sole slavato. Mi presi cura delle tue mani prima di ascoltare la tua storia. Tra i miei guanti dal pesante odore di selvatico e sterco, giacevano esangui le tue nude dita, nessun anello, solo un piccolo cerchio livido intorno a un polso, come impronta del passato, dello smarrito, del perduto o abbandonato. Il fiato si faceva fumo e in petto palpitavi. Allora così mi sembrò. Non potei giurarlo e mi chinai sul tuo viso per sentire l’odore dell’alito caldo e carpire particolari di quanto speravo avresti voluto svelarmi. Le labbra però le avevi serrate, come in una guerra con chi volesse strapparti il segreto. E allora pensai che dormivi, e che forse avrei potuto anche non svegliarti. Il temporale intanto, che probabilmente ti aveva posato sul prato, tra le rocce, insieme all’acqua e al ghiaggio come un messaggio della luna assente, lanciò l’ultimo urlo e superò la montagna. Il primo raggio di luce ci investì. E mai come allora pensai che mi avesse sorpreso. I capelli li avevi corvini e uscivano ai lati del capo, sopra le orecchie, stretti in apice da un cappello di lana grigio. Gli occhi sarebbero stati neri, decisi: appena tu li avessi aperti così sarebbero stati. Il petto ancora palpitava, o almeno così continuavo a credere. E continuai a pensare che forse dormivi e che avrei potuto lasciarti dormire e stendermi lì al tuo fianco, accostare un orecchio al tuo orecchio, incontrarti in un altro sogno e scegliere quello in cui tu parlavi. In realtà non sapevo esattamente perché desiderassi tanto ascoltarti parlare o trovarti intenta in altro affare che non fosse dormire tra le rocce, proprio sul sentiero, proprio sul passo dove ogni giorno mi recavo, io con le mie Caprepazienti golose di rovo. Sapevo solo essere curioso d’altro che non fosse il tuo petto nudo vulnerabile al vento freddo e al mio sguardo truce, scalpitante dietro la maschera di cuoio che ho in viso. Ci si potrebbe affilare un coltello sulla tua guancia, disse qualcuno una sera alla cantina. Volli considerarlo un complimento. Sulle tue guance invece, pensavo, si sarebbe potuto affilare tutto un romanzo, o mille poesie, diecimila leghe del mistero tessuto sotto i mari di sicilia, miliardi di petali e spilli di stelle nelle notti di Stagione, canzoni d’amore, un bastone per la vecchiaia, lacrime salate di nostalgia. Levai lo sguardo dal tuo petto. La carne sulle guance l’avevi pallida, notai mio malgrado, quasi blu come la notte che viene dal mare. Posai il cuoio sulla nostalgia e ti ascoltai tacere.”

(continua…)

ORA TACI

Paip, lo sai,non amo farmi leggere le carte da altri che non sia io. Non amo osservare chi si arrampica sugli specchi. Quando L me le lesse fu per cortesia che glielo consentii. Del resto già sapevo quali arcani sarebbero venuti fuori dal mazzo. Il diavolo. Il diavolo e poi la torre.
Paip, tu lo sai, L predisse l’incontro con un uomo, un vecchio a cui dovevo stare attento. Un “padre di famiglia”. Uno capace di pescare nel mio lato oscuro. E sai pure quale libro m’è finito in mano nel momento esatto in cui mi sentivo così come ora mi sento, nell’attimo esatto in cui stavo maturando la consapevolezza della mia solitudine, accettando il “destino”, l’estrema consegenza di questa lucida follia lineare.
Paip, sono irrimediabilmente fuori dal triangolo composto di tre frasi legate e interdipendenti:
-Faccio solo il mio lavoro
-Obbedivo agli ordini.
-Il lavoro rende liberi.
Sono semplicemente esterno al perimetro, dall’altra parte del recinto. Del resto ho sempre avuto paura delle stanze chiuse con dentro gli specchi. E mai del bosco scuro.
Lavorare deresponsabilizza. La deresponsabilizzazione consente agli esseri umani di riufugiarsi dentro le mura, non pensare, non scegliere, opporre all’agitata vita, alla mobile discesa di magma dal monte, una cupa ottusità statuaria. Probabilmente sterile, e a guardare bene sicuramente sterile. Gli umani chiedono lavoro e chiamano “lavoro” la loro dignità, e pregano per il lavoro, strisciano persino, si accoltellano, si separano, chiamano il lavoro “indipendenza” e senza lavoro muoiono. Paip, lo sai,non amo farmi leggere le carte da altri che non sia io. Non amo osservare chi si arrampica sugli specchi, come non amo che il ponte tra me e gli altri, l’aria, l’etere, sia mediazione di un terzo altro che umano sul quale non ho nessuna possibilità di intervento.
Poco conta che, perduti loro stessi, gli umani non eseguano sempre gli ordini, ma ciononostante si appellino al padrone per giustificare la meccanicità con cui, acriticamente, legano il mulo lì dove il signore ha detto. E che interpretino l’indignazione come un ringhio per l’osso. Che non riconoscano alcunché di palpitante, che lo ripudino persino in loro stessi, che ripudino qualunque esterno al buco che si sono scavati, o in cui li hanno cacciati, in cui sono nati. “Da quello che ho visto io…” premettono a volte, e magari era in televisione o in un sogno indotto. E che non vogliano conoscere altro, che ad altro nessuna possibilità concedano… ecco: tutto questo non conta.
Paip, “ti rivelo un segreto”, mi hai detto un giorno. “Ma devi essere uomo”, hai aggiunto, sottolineando con gli occhi quello che mi chiedevi.
Dunque, “uomo”, è tutto come sempre, o tutto come prima, o tutto come mai prima d’ora, mai come ora che è l’ora. Ora taci.